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altri artisti: john wesley
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"Ho sempre sentito della musica girare nella mia testa fin da quando ero molto piccolo. Se camminavo per strada, oppure stavo nel bel mezzo di una conversazione, c'era una musica che catturava la mia attenzione e mi distraeva da tutto. Questo può procurarti dei problemi o farti finire sotto un camion, se non stai attento!".
A queste parole ricorre John per spiegare i1 suo rapporto con quella musica che ha sempre occupato un ruolo di primo piano nella sua vita. A dodici anni, infatti, si cimenta già con la chitarra (dopo un tentativo fallito alle prese col piano), a quattordici suona già in un gruppo, e a quindici, sempre suonando, si guadagna la sua prima paga. La parentesi del college non raffredda la sua passione, e, una volta terminati gli studi (John a quell'epoca ha ormai ventidue anni), riprende la strada maestra, trascorrendo anni in giro per l'America, dapprima con una band, poi da solo, suonando per lo più in piccoli pub, facendo cover di Crosby, Stills, Nash & Young e similia. La svolta arriva tramite un amico, il quale, conoscendo John Arnison, viene così a sapere che due membri della crew dei Marillion, a quel tempo in America per promuovere 'Holidays In Eden', se ne sono andati e la band ora cerca un rimpiazzo. L'amico di John ottiene il posto e propone a Wesley quello rimasto vacante. Il chitarrista accetta, poiché, reduce da un tour di sei settimane, ha bisogno di lasciar riposare le corde vocali, e quella pare un'ottima occasione. I due noleggiano un camion e vanno ad incontrare la band in Canada. Frattanto, il supporting act di Holidays sembra non funzionare (se e lo stesso che girava in Europa, ce ne siamo accorti anche noi -NdR) e così, durante il viaggio tra Toronto e Syracuse, si rivela provvidenziale l'ascolto, da parte di Mark Kelly, del demo di John. I1 tastierista pare apprezzare molto, e dunque Wesley si vede proporre l'apertura degli show. Pete Trewavas si offre di prestargli una chitarra e così viene concordato che il ragazzo faccia entrambi i lavori, quello di roadie e quello di supporto, percependo così paga doppia. Nel frattempo lui e Mark diventano buoni amici e decidono di combinare qualcosa assieme. I due stabiliscono di entrare in studio a luglio '93, e, all'uopo, Mark vola di nuovo in America. Ian Mosley vive solo ad un'ora di strada dagli studios in cui Wesley e Kelly stanno lavorando, e così, per un paio di sere, 'mette dentro il naso' e coglie l'occasione per registrare alcune parti di batteria. Anche Steve Rothery, avendo suonato qualche canzone durante il tour americano di 'Holidays', vorrebbe partecipare, ma, impegnato con gli ultimi ritocchi di 'Brave', non può, in quel momento, muoversi dall'Inghilterra. Perciò gli viene inviata una registrazione su cassetta: lui la ascolta, registra a sua volta qualche assolo che potrebbe accompagnarsi a quanto ha udito, e rispedisce il tutto in America. Mark e John scelgono l'assolo che reputano migliore ed il gioco è fatto. Intanto, nonostante l'interessamento della Hit & Run per procurare un contratto discografico a John, non si riesce ad approdare a nulla di soddisfacente. Pertanto, viene deciso che l'album esca su etichetta Racket Records, quella che i Marillion hanno fondato per produrre i propri live. L'album, venduto tramite la rete dei Marillion fan club e, durante il Brave Tour, assieme al merchandise della band, ha incontrato un ottimo successo, e i progetti di John sono rivolti ora ad un tour con un proprio gruppo. Speriamo che riesca a realizzare la cosa perché la dimensione acustica limita e penalizza molto i brani di questo album. Inoltre, il fatto di incontrare un pubblico meno 'sprovveduto' di quello del Brave Tour, che non aveva avuto modo di udire prima il disco, darà ulteriore incoraggiamento a John. Sarebbe infatti un peccato che quest'album restasse l'unico episodio della sua carriera, non solo per la musica (una musica che si svela a poco a poco e alla quale il live act del Brave Tour non ha minimamente reso giustizia), ma anche per i bellissimi testi che egli sa scrivere. Ebbene sì, dopo Gabriel con e senza Genesis, dopo Kate Bush, dopo Fish, dopo Steve Hogarth e molti altri ancora che sarebbe troppo lungo enumerare, ho trovato un'ennesima vittima sulla quale esercitare la mia follia esegetica!! Del resto come si fa a restare indifferenti di fronte a liriche come queste? Prendiamo quella di 'Thirteen Days', che trae ispirazione da una vicenda autobiografica, una brevissima ma intensissima storia d'amore: "fu uno dei periodi più belli della mia vita - racconta John - e poi la persi di nuovo. Il quattordicesimo giorno lei sposò il suo amore d'infanzia...". "Tredici giorni - scandisce infatti, malinconicamente ripetitivo, il testo della canzone - prima che tu mi lasciassi qui solo a morire al telefono... Dai una lunga occhiata alla tua dolce creazione: hai tratto eccitamento nel guardare il mio cuore che si spezzava?". Oppure guardiamo come John riesca a rendere con una pienezza che ha persino il potere di addolcirlo, attraverso la sua elegia, un tema amaro come quello della solitudine e della conseguente disistima di sè. E' il caso di 'Silver': "Silver ha una pistola... e si domanda se il giorno giungerà, mentre se la punta alla testa. Lui promise che avrebbe chiamato, ma non aspettare accanto al telefono, perchè non chiamano mai e non arrivano mai e finisce proprio che tu rimani da sola... Lei guarda tutte le altre persone e si chiede come possano sembrare di vivere così felici come in effetti appare... Sono l'unica ad essere sola qui? O c'è qualcuno qui per me? Oppure sono solo quella sciocca ombra di grigiore che nessuno vuole vedere?". Anche un argomento come quello di una separazione è colto in tutti i suoi drammatici risvolti, ma sempre con una delicatezza e una sensibilità veramente rari: in 'She Said No' è raccontato come una donna abbia lasciato marito e figlia nell'indefinito tentativo di dare un senso ad una insoddisfazione che neppure lei riesce a qualificare. E così perde di vista gli unici punti di riferimento della sua vita, rovinando l'esistenza anche a loro e provocando nella figlia - come acutamente fa trasparire John nel testo - un ingiustificato senso di colpa "Mi mancano i tuoi occhi, loro toccano il mio cuore...Non hai mai fronteggiato le conseguenze, hai sempre trovato qualche alibi, ci hai lasciato indietro feriti e sanguinanti, hai voltato le spalle e non sai perché... La nostra piccola signorina chiede di te, non capisce perché te ne sei andata. Tutto quello che sa è che non può stringerti. Si sveglia la notte chiamando il tuo nome. Io le dico che le vuoi bene e che le manchi, ma le parole che le posso dire io non sono la stessa cosa...". Mentre la protagoni6ta femminile fa la figura dell'incosciente immatura, il protagonista maschile rivela una grandissima tenerezza, decidendo che la sua bambina non debba ulteriormente soffrire: così, anziché tratteggiarle, per rivalsa (come in questi casi spesso succede), un ritratto realistico dell'egoismo del genitore assente, ricorre invece a pietose bugie. Ne esce un'istantanea del rapporto padre-figlia dolcissimo e indimenticabile. Lo spazio è tiranno ma voglio sottolinearvi almeno un altro commovente capolavoro lirico di questo disco: 'Our Hero'. Il protagonista della canzone è un diseredato che vive ai margini di una metropoli ("la notte striscia attraverso la città per prendere tutto quello che noi non diamo") in una tremenda baracca ai piedi di una gigantesca pubblicità luminosa della Coca Cola: "è come un grande altare a Dio che lampeggia messaggi tutto il tempo" - recita il testo. Benchè 'il nostro eroe' sia un povero analfabeta che non conosce certo le dinamiche economiche che reggono il mondo (e di cui multinazionali come la Coca Cola Company sono un perfetto emblema), egli intuisce tuttavia che l'enigmatica scritta luminosa ha a che fare, in qualche modo, con la sua condizione d'indigenza e, novello Don Chisciotte, su quel simbolo egli concentra tutto l'odio che le privazioni gli hanno instillato nel cuore. Privazioni non solo materiali ma anche morali, come una bambina morta di stenti (" una cosina fragile può andarsene in fretta, un po' di freddo non ha mai fatto del male a me e a te ma lei non ha resistito a lungo"). La struggente tragicità della situazione sta nel ragionamento del protagonista, disarmante nella ingenua logicità della sua semplice anima: se esistono uomini così potenti da essere in grado di erigere in onore di qualcuno tali enormi "torri al neon che svettano verso il cielo" - pensa egli - chissà che potere avrà quella divinità oggetto di una venerazione così plateale! E allora perché essa contempla con tale cieca indifferenza le miserie della mia esistenza ("dove diavolo era il Dio della Coca Cola la notte in cui lei è morta")? In questo candido tentativo di difesa per non impazzire, mentre si è costretti a fronteggiare qualcosa di tanto più grande di noi, di tanto più complesso di quanto non si immagini, ritengo sia il picco più alto dell'arte di John Wesley, perché riassume la tragedia universale della umana limitatezza. Per favore, fate in modo che tutta questa poesia non vada sprecata.
Marina Lenti
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