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:: intervista a steve hogarth - aprile 2007 ::

autore: Maurizio De Paola

Il gruppo non-metal più amato dai metal-fan? Sicuramente i Marillion. eroi del prog psichedelico che sanno sempre come sorprendere il proprio pubblico. E ora lo fanno anche con il nuouo album Somewhere Else'.
DA QUALCHE ALTRA PARTE...

Metallari una volta, metallari per sempre. Solo questo spiega il fatto che i Marillion siano an­cora oggi una di quelle band che, pur non avendo niente a che fare con il mondo hard-metal-hardcore-black ecc., continuano ad essere apprez­zati, seguiti e acquistati da legioni intere di metallari, costituendo uno di questi casi clamorosi di gruppi "trasversali" che prosperano grazi ad un pubblico completamente diverso da quello che sarebbe "na­turale". Forse il motivo sta in quel 1984, quando il lo­ro brano Kayleigh' venne inserito da Kerrang! al nu­mero uno della classifica dei singoli metal più vendu­ti in Gran Bretagna; al tempo i Marillion si dichiara­rono pubblicamente orgogliosi di essere apprezzati da un pubblico competente come quello heavy me­tal (in un periodo in cui la critica non faceva altro che spalare merda sulla nostra musica!) e da allora si so­no guadagnati la riconoscenza eterna dei metal-fan. In questo 2007 di acqua sotto i ponti ne è passata a fumi. I Marillion non sono più neanche la progressive-band dei primi periodi, ma si sono trasformati in un'icona del novo rock psichedelico, fatto di atmo­sfere a volte lugubri e spettrali, a volte drammatica­mente melodiche. Un fenomeno mondiale che non ha più bisogno di descrizioni stilistiche. Il loro nuovo album 'Somewhere Else' è solo una scusa per inta­volare con Steve Hogarth una discussione su tutto questo folle mondo che ci gira intorno e che la band tenta di trasferire nelle sue canzoni. E si parte da una considerazione sullo stato di salute del mondo d'oggi che par ha avuto una notevole influenza nella realizzazione delle canzoni di 'Somewhere Else'...
"Intorno a me vedo tanto pessimismo, accompa­gnato anche dalla rassegnazione. Non vorrei sembrare vecchio, ma mi sembra che gli adole­scenti di oggi siano tutti come lobotomizzati o imbottiti di sedativi. Il che forse è anche vero, visto che in giro non si vedono altro che pillole di ecstasy o pubblicità di psicofarmaci. Gli parli di qualsiasi co­sa e scrollano le spalle, almeno in Inghilterra è cosi. Ti rispondono con quell'aria: 'E tanto io che ci posso fare?', sia che si parli della guerra in Iraq o dell'inqui­namento o del traffico in centro. Ho paura che stiamo diventando tutti cosi e la colpa è di questo sistema che, un poco alla volta, ci ha tolto ogni vera possibi­lità di cambiare il nostro futuro, di incidere sulle scel­te politiche, sulle decisioni dei nostri governanti. E cosi tutti siamo scontenti del posto in cui viviamo e cerchiamo un 'somewhere else', anche se poi non lo troviamo. Gli inglesi credono che il paradiso sia in Thailandia, ma poi senti i thailandesi che vivono a Londra e ti dicono che il loro paradiso è nel West End!"
Recentemente, David Johanssen dei New York Dolls ha detto che tutta la musica di oggi è "musica militare", fatta per rendere i giovani aggressivi e ubbidienti e pronti per servire negli eserciti...
"Non sono d'accordo con David. Lui è un personag­gio singolare e ha idee che rispetto, ma non tutta la musica di oggi è così. Certo, programmi come 'Ame­rican Idol’ o altre cazzate del genere maturano nei gio­vani la convinzione che l'unica cosa che conti è ave­re un corpo perfetto e sapersi dimenare con gesti meccanici per potersi meglio sottoporre al giudizio degli altri. In questo, sì, spossiamo dire che la musi­ca è 'militaresca'. Peròè anche vero che il ballo è una forma d'espressione, una liberazione per molti e quindi anche una via d'uscita al grigiume quotidia­no."
... e secondo te ce ne sono anche altre?
"Sì, ce ne sono molte, ma in realtà quella più pratica­ta è di farsi le leggi a proprio comodo. Anche in Gran Bretagna oramai ogni giorno non fai altro che leggere sui giornali di politici che si lamentano del­l'elevato grado d'illegalità diffu­sa nel paese. Ma questo avviene perché la gente capisce che nes­suno provvedere mai a risolver­gli i problemi e allora si arrangia. Prendi proprio il problema del download su Internet. La gente ha bisogno di musica, ama la musica, ma non potrà mai per­mettersi le cifre che ancora oggi chiedono la etichette discografi­che, spesso per prodotti scaden­ti. E allora si scavalcano gli inter­mediari e ci si rivolge diretta­mente al gruppo o ad un amico che te lo copia. Questo noi l'ave­vamo capito dieci anni fa. I fan vogliono avere musica di qualità e sono disposti a pagarla il giu­sto prezzo, ma non sono cosi fessi da arricchire inutilmente gente che per la tua musica e per loro non fa veramente niente e pretende di partecipare alla spar­tizione della torta."
In 'Somewhere Else' c'è un brano che si intitola 'Last Century For Man'. Siamo agli sgoccioli, quindi?
"La mia opinione sincera? Si. E non so neanche se ci arriviamo alla fine nel secolo. Quando mio zio mi raccontava della Seconda Guerra Mondiale, della gente che aveva ammazzato senza neanche sapere chi fosse e di quante volte aveva evitato la morte per un soffio, mi chiedevo come si potesse essere così idioti e credevo che la mia ge­nerazione fosse più fortunata, per­ché avendo avuto l'esempio di una tragedia simile non si sarebbe so­gnata di ripeterla. E, invece, siamo punto e a capo. "
... e di chi è la colpa, secondo te?
"Sarebbe troppo facile dire: di Bush! O magari di Blair? Ma non è così. La colpa è di tutti noi che ab­biamo tutta la tecnologia del mondo e non sappiamo inventarci un modo migliore e più tranquillo per vivere. "
Parlando di musica e del vostro ultimo album 'Somewhere Else', sembra che qualcosa sia cambiato nel sound ri­spetto a 'Marbles' che era più oscuro e cupo...
"Sotto molti punti di vista,  'Some­where Else' è un album più 'positivo' di 'Marbles'. Ogni volta che registriamo un disco non ci curia­mo di quello che abbiamo fatto negli album precedenti. Ogni album è una storia a sé e riflette quello che siamo oggi, non quello che siamo stati anche solo due o tre anni fa. Da qual­che parte ho letto che ogni sette anni cambiamo tutte le cellu­le del nostro corpo. Ovvero, io oggi non ho nessuna cellula che avevo nel 2000 e questo vale per tutti. Perché la musica dovrebbe essere sempre uguale?"
I Marillion sono sempre stati una band molto "trasversale", amata dai fan di generi anche radicalmente diversi tra loro. Qual è la tua interpretazione di questo fatto?
"Forse proprio perché non ci siamo mai curati di divi­dere la nostra musica e di catalogarla secondo precise etichette. Ci sono buone canzoni e cattive canzoni. Ri­cordo che quando incidemmo 'Radiation' non eravamo tutti soddisfatti del risultato finale. Era un periodo mol­to particolare peri Marillion, irto di difficoltà e avevamo paura che le canzoni non venissero capite dal nostro pubblico. Ci dicemmo però: 'Ok, chi se ne frega? Que­sto è quello che siamo, dobbiamo essere sinceri rac­contarci senza voler sembrare qualcun altro'. Oggi, sentendo tutti i commenti positivi che la gente ha avu­to e continua ad avere per quel disco, mi sento di aver fatto la cosa giusta. Il segreto della 'trasversalità'? For­se solo questo: la sincerità. Ci sono gruppi che s'in­ventano chissà cosa per sembrare originali e poi fini­scono per essere terribilmente falsi. Se sei te stesso, sei sempre originale, anche se molti non lo capisco­no."
Quali sono i brani di 'Somewhere Else' che senti più personali?
"Emozionalmente, proprio 'Last Century For Man' e anche 'Faith', ma in genere sono un tipo che le canzoni le metaboliz­za solo dopo molto tempo e sempre dopo averle cantate dal vivo. Non è la prima volta che esce un nostro disco e non mi soddisfa ad un primo ascolto. Poi, inevitabilmente, andiamo sul palco, vedo che la gente canta insieme a me i testi dei pez­zi e capisco quando non avevo capito niente di quelle canzo­ni. C'è sempre qualcosa da imparare, soprattutto per me, abi­tuato a non imparare niente, finché non mi rompo tutte e due le gambe contro qualcosa."
'Somewhere Else' è il vostro quattordicesimo album in studio. Co­me selezionate i brani da suonare dal vivo, ora che sono diventati cosi tanti?
"Fino a poco tempo fa, nella manie­ra più semplice possibile: chieden­do ai nostri fan, tramite il sito Inter­net, quali volevano ascoltare di più. Ma questo sistema aveva due incon­venienti. Il primo era che tutti aveva­no gusti differenti. Il secondo è che spesso mi trovavo per tutto un con­certo a cantare brani 'difficili' per la mia voce. Ora cerchiamo di variare il più possibile la scaletta di concerto in concerto, in modo da rendere ogni show un qualcosa di unico. Speriamo di riuscirci."
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