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:: intervista a steve hogarth - novembre 2002 ::

autore: Robert Lewis ©ottobre 2002 music-reviewer (traduzione: Andrea Falco)

Recentemente ho avuto l’opportunità di interrompere Hogarth nello studio dov’è rinchiuso con i compagni dei Marillion per lavorare al loro 13° album, chiedendogli del suo ultimo album live ‘Live Spirit / Live Body’. Questo è il risultato:
DOMANDA: L’ultima volta che ci siamo parlati è stato a Poughkeepsie NY ed eravamo sul tuo tour bus. Eri piuttosto frustrato dal tentativo di trovare un’etichetta Americana per distribuire il tuo ‘Ice Cream Genius’; ora l’hai finalmente trovata. Allora, la mia prima domanda è: c’è qualche possibilità che questo live album sia pubblicato in US o sarà venduto solo tramite il website?
RISPOSTA: Per farla breve, tenendo ben presente che è uscito solo da circa un mese, per ora ne ho programmato la vendita solo attraverso il website, ma se un qualche interesse dovesse nascere allora io guarderò al se e al quando farlo. In America potrei pubblicarlo attraverso quelle etichette di appassionati piuttosto che attraverso una di quelle che vogliono soltanto ricavarne dei soldi. Voglio dire, noi tutti vogliamo guadagnarci qualcosa, ma se ci fosse qualcuno che è nel settore musicale per amore della musica ed esprimesse un interesse a pubblicarlo, allora ne valuterei attentamente la proposta, perché penso che sarebbe la cosa migliore aver l’album disponibile nel giusto dito di rivendita. Non sono particolarmente interessato ad avere quest’album da “Tower Records” [ndt: catena Americana stile “Messaggerie Musicali” o “Virgin”] o in posti come quello, perché non penso che siano posti giusti per esso.
D: Sei abbastanza soddisfatto delle vendite Americane di ‘Ice Cream Genius’?
R: Oh no, no… sono state un autentico disastro, così misere che mi sono più o meno completamente disinteressato all’intero aspetto delle vendite al dettaglio. Penso che l’audience, per quanto riguarda quello che faccio con la H Band, sia talmente marginale che non abbia senso cercare di stipulare un contratto con un grande distributore che inevitabilmente tratterrà la maggior parte dei guadagni. Non si metteranno a fare niente per me, non investiranno in alcun tipo di campagna promozionale, non saranno interessati a dare alla cosa il minimo profilo. La H Band, specialmente il lato live, è stato per me un atto d’amore, e ho voluto produrre una testimonianza di rilievo di quanto questa band è stata capace di fare dal vivo e celebrarla. Per me è frustrante non poterlo pensare come un normale disco e promuoverlo attraverso i soliti canali (firmare un contratto, avere un po’ di pubblicità e visibilità), ma so che il business è diventato una creatura molto diversa negli ultimi quattro o cinque anni; ed è una creatura con cui io ora sono in conflitto.
D: So che ci sono molti artisti che stanno traendo vantaggi dalla distribuzione via Internet, e tu, sia con i Marillion che da solo, ti sei giovato della possibilità di distribuire i dischi in tutto il mondo senza dover firmare alcun contratto con un’etichetta discografica, che, come hai detto, sono più interessate a fare soldi che a pubblicare musica per amore di essa. E’ così che vedi il tuo futuro?
R: Non so se questo sarà il futuro dei Marillion, sebbene sia qualcosa che stiamo guardando molto da vicino, ma sicuramente dal punto di vista di tutti i nostri side-projects, tenendo presente che la loro audience è molto più piccola… Per noi è fantastico avere la Racket Records, perché è una macchina per la vendita di dischi molto efficiente; conosciamo tutte le persone che ci lavorano, e chiunque voglia acquistare questi dischi basta che faccia un salto sul sito e in pochi giorni dall’ordine se li ritrova tra le mani.
D: E ne avete il controllo completo, cosa che non avreste se lo faceste in esterno.
R: Sì, ne abbiamo il controllo completo senza dover firmare alcun contratto; il guadagno che ricaviamo da ogni vendita è molto, molto superiore a quello che otterremmo facendolo attraverso un qualche tipo di distribuzione.
D: L’album è molto ben fatto e io ne sono rimasto molto soddisfatto, soprattutto sono rimasto colpito dal modo in cui la band ha riprodotto dal vivo la dinamica dei brani, che non sono delle canzoni impostate su tre semplici accordi ma che sono molto più complesse e che devono essere estremamente difficili da riprodurre del vivo. Canzoni come ‘Nothing To Declare’ e ‘Better Dreams’ sono, per esempio, venute molto bene; sei soddisfatto del modo in cui la band è stata capace di trasformare l’album in studio in una performance live?
R: Si, sono più che soddisfatto! Sono contentissimo della maggior parte delle canzoni… o dovrei dire tutte? Devo dire di tutte; ritengo che tutte le canzoni siano migliorate rispetto alle versioni originali, siano molto cresciute e il loro aspetto dinamico sia stato a tal punto esaltato che i brani più tranquilli sono incredibilmente tranquilli, e quelli più duri lo sono a tal punto da far tremare i muri e questo, durante un concerto, è molto eccitante. Brani come ‘Better Dreams’ sono stati semplificati. Ho preso tutte le tracce dei violini dal master del disco originale e le ho “tritate” in piccoli pezzi che sono stati successivamente sintetizzati attraverso la tastiera di Richard Barbieri. Così quello che lui sta suonando sono le parti di violino dell’album originale, mentre io sulla mia piccola tastiera suono gli accordi degli archi e Stephanie il violoncello. E’ veramente difficile riuscire a separarli. Sedersi al centro del palco a cantare quella piccola canzone avvolto da quel suono che ti fa sembrare di essere circondato da un quartetto d’archi è una sensazione incredibile! Ci sono molti momenti magici nel concerto derivanti sia da brani che sono chiaramente non rock’n’roll che da quelli che lo sono molto come ‘Your Dinosaur Thing’ e forse il finale di ‘Nothing To Declare’, con i suoi grandi solo. Ci sono poi cose molto oscure che la band rende ancora più oscure. Sto pensando in particolare a ‘The Last Thing’, durante il quale in alcune serate mentre la band suonava quasi mi aspettavo che la terra si spaccasse e ne fuoriuscissero dei mostri (ride); è così oscura e magica! Così si, ho fatto del mio meglio per catturare sul disco quei momenti. Non c’è alcuna sovraincisione, tranne una chitarra su ‘Life Is A Long Song’ che Dave ha voluto sostituire perché dal vivo aveva usato una chitarra elettrica e voleva che suonasse come una acustica, così l’abbiamo sostituita; ma tutto il resto è rigorosamente l’esecuzione originale di quelle notti.
D: Riguardo ad alcune delle cover che fate, ho letto alcune note in cui dicevi che avresti sempre voluto un mezzo per suonare le tue canzoni preferite di sempre; questa è quindi una sorta di play-list di esse?
R: Si, anche se ne mancano all’appello alcune che avrei voluto fare, tipo ‘God Only Knows’ dei Beach Boys, che è stata eliminata solo a causa della mancanza di tempo. Pensa che per gli show di ‘Live Sirit / Live Body’ abbiamo fatto solo tre giorni di prove in tutto, e avevamo una quantità enorme di materiale da provare, e, sebbene tutti i musicisti siano molto bravi e molto veloci ad imparare, Dave Gregory ha sottolineato che sarei stato pazzo se avessi cercato di proporre ‘God Only Knows’ nello show. Riteneva che da sola avremmo avuto bisogno di tre giorni di prova per prepararla. Di questo sono dispiaciuto, comunque sì, a parte questo, sono realmente le mie canzoni preferite d’ogni tempo, almeno la maggior parte.
D: Hai messo insieme un gruppo di talenti molto notevole sia per l'album che per i concerti. Con Richard Barbieri e Dave Gregory in qualche modo le punte di diamante insieme ad Aziz Ibrahim. Li hai scelti perché conoscevi il loro background e per qualche altro motivo?
R: Molta è stata fortuna. Ho incontrato Dave Gregory anni fa, quando ancora militavo negli Europeans e stavamo registrando il nostro primo album alla Townhouse in contemporanea agli XTC; lo incontrai per caso un giorno al bar e qualche anno più tardi presi da lui in prestito un Mellotron. Siamo rimasti in contatto e siamo diventati amici, così quando ho avuto l'opportunità di incidere in un disco solista è stata la prima persona che ho chiamato. Lo ammiro veramente come musicista e il suo stile mi eccita, inoltre lo ho scelto perché quello che stava cercando di fare con il disco era di lavorare con le ultime persone sulla terra con cui tutti si sarebbero aspettate che lavorassi. Naturalmente perciò ho cercato di evitare tutti quei musicisti che potevano in qualche modo essere considerati nello stesso genere dei Marillion e ho cercato di guardare al di fuori di questo genere. È stato Dave che mi ha messo in contatto con il produttore Craig Leon che ha lavorato con Blondie, Bob Marley e The Fall e lui me li ha fatti incontrare Clem Burke (Blondie) e Chucho Merchan (Eurythmics) che sono diventati i musicisti da studio. I Porcupine Tree hanno fatto da supporter ai Marillion ed io sono sempre stato un grande fan del modo in cui Richard suona i sintetizzatori perché lui è diverso dagli altri programmatori di synth che ho sentito. Egli è veramente unico ed ha realmente un approccio differente all'architettura del suono, un approccio molto più spirituale e profondo. Voglio dire che il peggiore insulto che puoi fargli è chiamarlo " tastierista ", può non parlarti per settimane se lo chiami così, perché lui non si considera tale... si considera una specie di tessitore d’incantesimi o qualcosa di simile suppongo (ride). In ogni modo anch'io ho un approccio molto spirituale alla musica e mi piaceva l'idea di raccogliere stati d'animo piuttosto che musica. Per me ciò ha a che fare col cogliere tutte quelle presenze nell'aria, invisibili ma presenti in mezzo a noi. Per me la musica è spiritualità e in qualche modo soprannaturale perché essa è di per se stessa soprannaturale, o almeno lo è al suo meglio. Così Richard è stato coinvolto, e poi, ancora per puro caso, ho incontrato Aziz Ibrahim. La prima volta che l'ho ascoltato suonare nei sono rimasto veramente affascinato perché ha studiato la musica classica indiana fin da quando era molto giovane ma è anche un chitarrista rock.
D: Infatti, 'Zen and Now' è un perfetto esempio. Quella canzone mi ha realmente colpito.
R: Lui è a cavallo di quel ponte che unisce la musica orientale, non solamente indiana, ma anche cinese, orientale nel senso più ampio e il R'n'R, e li è dove è quando suona. Lui può prendere una Gibson Les Paul e farla suonare sia come un sitar o un koto che come puro R'n'R, sai una Les Paul attraverso un Marshall... quel suono che tutti conoscono. Ha anche un’eccezionale maestria con la pedaliera. La sua pedaliera copre l'area di un tavolo di cucina che lui sa veramente come usarla. Quando stiamo suonando dal vivo ci sono dei momenti in cui non saprei dirti quali suoni stia facendo Richard con il suo Prophet 5 o quali stia creando Aziz con la sua chitarra e pedali. In alcuni momenti non riesci realmente a distinguerli. Così per me stare sul palco tra loro è come avere a disposizione la più gigantesca tavolozza di suoni con cui poter dipinge un quadro che per lungo tempo si dipinge da solo. Io ne mantengo il controllo, ma lascio ai musicisti un sacco di libertà, perché avere a disposizione una tale profusione di talenti per poi sederti e cercare di imporre la volontà non è soltanto uno spreco ma è anche completamente stupido.
D: Una delle sorprese su questo CD è lo strumentale alla fine di 'Cage' che ne ha completamente cambiato lo spirito. All'inizio ho pensato: " cosa accidenti è questo? ", poi però ho compreso che funziona veramente!
R: Si è incominciato con il suono delle Tabla, il cui groove è un po' il groove di 'Cage', ma c'è sopra un pizzico di India ed è più di un semplice assaggio, poi diventa più dub quando entrano il basso e la batteria. La mia sezione ritmica proviene dalla Guyana. Andy Gungadeen è inglese ma è originario di là come Jingles e il bassista; così ho una sorta di sezione ritmica sudamericana che lavora insieme con altri due musicisti della band che sono asiatici: Aziz alla chitarra e Singh alle tablas. Naturalmente c'è anche il lato inglese che viene da Dave e da me stesso; inoltre c'è Richard che difficile da definire. Lui è mezzo italiano, ma riuscire a definire come questo emerga nella sua musica lo sa solo Dio (ride). Infine c'è quel tocco molto, molto inglese derivante dal violoncello di Stephanie. Ne deriva veramente uno scontro di culture (letteralmente scontro di macchine), e poi quando 'Cage' riprende l'ho deliberatamente strutturata in modo che riprendesse con le tablas, cose che gli da questo groove molto indiano. È tutto molto etnico; sullo sfondo c'è questo fraseggio dub di chitarra di Aziz strettamente collegato al solo di violoncello proprio in cima che non potrebbe essere più inglese. In definitiva ci sono questi tre elementi culturali completamente differenti che tuttavia si fondono in un tutto armonico.
D: Penso che scontro di culture sia il miglior modo di descriverla, perché funziona proprio in quanto non suona come nulla che abbia mai sentito prima.
R: La ragione per cui funziona è che gli stessi musicisti stanno suonando per il solo piacere di suonare insieme. Una delle ragioni per cui ho potuto mettere insieme questa band è che quando stavo selezionando i musicisti bastava che dicessi: " Nella band c'è Dave Gregory " e mi rispondevano: " Bene, allora vengo anch'io! ". Quando ho dovuto chiamare Andy Gungadeen avevo i sudori freddi. Lui è uno dei migliori batteristi in Inghilterra; stavo cercando di convincerlo raccontandogli tutto quello che avevo fatto ma lui non sapeva chi fossi; poi gli dissi chi c'era nella band e quando nominai Richard Barbieri disse semplicemente: " Okay, nella dove e quando mi vuoi? ". Tutti i ragazzi sono nella band per il piacere di suonare con gli altri.
D: E ci sono stati solo tre giorni di prove...
R: (ridendo) Si.
D: Sbalorditivo!
R: Sono stati tre giorni molto intensi.
D: Hai dormito in quei giorni?
R: Sì, molto bene, solamente non molto a lungo.
D: Stavo facendo un raffronto tra la lineup in studio e quella dei concerti, e vedo che solo alcuni sono gli stessi; è incredibile scoprire che in soli tre giorni di prove siate riusciti ad aggiungere tutte quelle diverse influenze che non c'erano sull'album originale. Voglio dire, sembra che voi suoniate insieme da anni.
R: Tutti si ascoltano l'un l'altro. Talvolta i musicisti entrano in una stanza ed ascoltano se stessi, ma i grandi musicisti entro in una stanza e si ascoltano il meno possibile. Si alimentano l'un l'altro e quello che suonano è in sintonia o ispirato da questi. Così, invece di avere, come accade spesso, quattro o cinque musicisti in una stanza ognuno chiuso nel suo piccolo universo personale, ottieni esattamente l'opposto, un unico universo e quattro o cinque musicisti che vi aggiungono colore. La H Band è così.
D: Una delle cover che hai fatto è una delle mie canzoni preferite, 'Song To The Siren'. Conosco bene sia la versione originale di Tim Buckley che la cover fatta dai This Mortal Coil. Mi sembra che tu sia più vicino alla versione dei TMC, ma personalmente ritengo che la versione originale sia una delle canzoni più cariche di sentimento chi abbia mai sentito anche se apprezzo anche la cover. Sei un fan dei TMC?
R: Si sono un grande fan di Liz Fraser specialmente dell'interpretazione di quella canzone che ha fatto con i TMC. La prima volta che l'ho sentita mi ha letteralmente steso; sono un cantante e non avevo mai sentito niente come quello prima.
D: L'intero album era eccezionale.
R: Si chiamava 'It'll Ends in Tears' non è vero?
D: In un intermezzo fra le canzoni dici che non avresti mai pensato che un membro degli Stone Roses suonasse un brano dei 10CC. Non solo i musicisti si spingono in territori che nessun fan si sarebbe mai immaginato, ma anche tu lo fai. Una canzone come 'Maybe I'm Amazed' sembra cucita sul tuo timbro vocale, ma poi attacchi un brano come 'I Don't Remember' di Peter Gabriel... Quella canzone mi ha sconvolto, non me l'aspettavo. È un tipo di canzone " selvaggia " che non mi aspettavo di sentire cantata da Steve Hogarth.
R: Veramente? Bene, ho anch'io un lato selvaggio (ride)
D: Riguardo alle cover che hai fatto, qualcuno degli artisti originali chi ha contattato per dirti: " Bravo " oppure " L'hai veramente massacrata! "?
R: Si, (ride) lettere degli avvocati. No, per ora nessuno. Non siamo stati ancora scoperti, penso. Ho un carissimo amico che attualmente è in giro come production maneger per Bowie, ed io sono stato terribilmente tentato di mandargli una copia di 'Life on Mars'; ma sono troppo terrorizzato per farlo: se dovessi scoprire che non gli è piaciuta né uscirei distrutto per sempre. Comunque no, fino ad ora non ho ricevuto alcun commento. Ed abbiamo fatto anche una cover di Elvis Costello.
D: La canzone di Costello. Non conosco molto bene il suo lavoro, ma mi è veramente piaciuta e questo mi ha spinto a cercare dell'altro suo materiale. Hai saputo di gente che è stata indotta ad ascoltare qualcosa che prima non conosceva?
R: Ho ricevuto alcune e-mail. Un ragazzo mi ha scritto che non aveva mai ascoltato prima Jeff Buckely e dopo aver sentito 'Better Dreams' ha acquistato 'Grace'. Questo è un esempio di come i fan abbiamo conosciuto della buona musica grazie alle cover che abbiamo fatto.
D: Infatti. L'ultima volta che ci siamo parlati che avevo chiesto quali band e canzoni ti avessero influenzato e tu avevi citato i Blue Nile. Non li avevo mai sentiti prima e quindi sono andato a cercare del loro materiale e ne sono rimasto assolutamente rapito. Canzoni eccezionali. I fan dei Marillion che vengono a vederti hanno la possibilità di conoscere cose che altrimenti ignorerebbero; sei una sorta di ambasciatore per queste band...
R: Sono felice di esserlo. La buona musica è buona musica, e se la gente viene indotta ad ascoltare queste cose meravigliose ed io posso avere un piccolo ruolo in questo ne sono veramente orgoglioso, perché c'è in giro molta musica fantastica che non viene ascoltata. La gente ascolta tutti i giorni così tanta spazzatura che talvolta quello di cui si ha bisogno è di qualcuno di cui ti fidi che ti indichi la giusta direzione.
D: Come sono andati i concerti della H Band quest'anno?
R: Sono andati incredibilmente bene. Abbiamo suonato a Cardiff, a Sheffield poi siamo andati. In Olanda ed abbiamo suonato al Paradiso di Amsterdam. Dopo abbiamo suonato in un piccolo locale in una cittadina olandese chiamata Hallendorn, vicina al confine tedesco e penso che questo sia stato il miglior concerto che abbiamo mai fatto come H Band. Sceso dal palco Richard dopo il concerto ha tranquillamente affermato che quello era stato per lui il miglior concerto che avessimo mai fatto e lui di solito non è un uomo che esprime facilmente le sue emozioni. Io provo esattamente lo stesso, non penso che avremmo potuto fare di meglio. Infine siamo tornati a Londra ed abbiamo fatto uno show al Dingwalls che è andato benissimo visto che eravamo così gasati.
D: Quando quest'anno vi siete ritrovati, dopo aver già suonato insieme prima, è stato come infilarsi un paio di scarpe vecchie o avete dovuto ricominciare da capo?
R: Humm, fammici pensare. No è stato più veloce che in passato. Eravamo più o meno preparati ed è stato tutto più facile. Abbiamo aggiunto una canzone di Aziz, 'Middle Road', un'altra che ha un arrangiamento molto complesso ma l'abbiamo imparata molto rapidamente. Inoltre abbiamo aggiunto anche 'A Few Words for the Dead' da 'Radiation' dei Marillion con cui abbiamo iniziato i concerti, cosa che ho voluto fare in quanto lo show di Sheffield è caduto nel giorno dell'anniversario dell'11 settembre. Così ho voluto iniziare con una canzone che parla di come uno possa scegliere di vivere e quali valori possa scegliere di seguire, di come uno possa definire se stesso e gli altri rispetti i propri simili, della scelta di unirsi o di non unirsi agli altri. Quella canzone parla di tutto questo. Ho pensato che fosse necessario dirlo specialmente all'inizio di un concerto che cadeva in una tale ricorrenza.
D: Questo è uno spunto per la mia prossima domanda. Scrivendo hai preso in considerazione gli avvenimenti dell'ultimo anno, sei stato ispirato da essi nella stesura dei testi?
R: Io mi strazio sempre per queste cose. Un sacco di gente ha detto che ci sono cose che ho scritto in passato che sono state stranamente premonitrici di quello che è realmente accaduto. 'This Is 21st Century' è una di quelle. È raggelante quando ciò accade perché in qualche modo mi sento come se avessi già scritto la colonna sonora di quello che c'era è quello che ci sarà. Nessuno in occidente sarà mai più lo stesso dopo quello che è accaduto. Per me è stato un giorno particolarmente strano perché stavo facendo le prove per cantare al funerale di Donald Campbell il giorno dopo. Il funerale era stato fissato per il 12 settembre, così io quel giorno stavo provando in Chiesa per la cerimonia funebre; all'ora di pranzo ho attraversato la strada per andare a mangiare giusto in tempo per vedere questi aeroplani schiantarsi contro le due torri. Mi sono ritrovato sdraiato sul mio letto al Wilderness Power Boat Club nel mezzo della notte dell'11 settembre a centinaia di miglia da casa, per cantare al funerale di un uomo che l'avevo mai conosciuto, ma che per uno strano processo musicale avrei resuscitato il giorno dopo, chiedendo, come tutti, se stesse per scoppiare la terza guerra mondiale, e che cosa cavolo sarebbe successo dopo. Certo io non sarò più lo stesso, e questo si rifletterà nelle mie parole e la mia musica.
D: Capisco quello che vuoi dire. Ho un sacco di amici che erano la quel giorno e che hanno visto dal vivo quello che è successo. È un giorno che segnerà la nostra storia e il nostro futuro. Ora, per tornare a cose più leggere, qual è il futuro della H Band? Farai un altro album di studio? C'è qualche registrazione degli show di quest'anno? Cosa succederà in futuro?
R: Richard e Aziz mi tormentano appena hanno un attimo di tempo per entrare studio a scrivere qualcosa, cosa che speriamo di fare prima della fine dell'anno. Sì, ci sarà un altro album in studio, tutti ne sembrano entusiasti. Contemporaneamente ti sto parlando proprio ora dallo studio dove i Marillion stanno lavorando ed io sono impegnato con loro nella composizione del nostro 13° album. Così tutto è rimandato a quando avrò la possibilità di allontanarmi dallo studio, forse quando le canzoni nel prossimo disco dei Marillion saranno completate ed io non sarò più necessario per un po' di tempo. Allora forse potrò scrivere qualcosa con la H Band. E' quasi come cercare di trovare tempo per l'amante!
D: Ora, piccola anticipazione per i fan dei Marillion che stanno leggendo questa intervista: come sta andando la registrazione del nuovo disco?
R: Siamo ancora agli inizi. La stesura per ora è stata molto lenta, e non abbiamo ancora niente di completo. Abbiamo un sacco di mezze idee, spezzoni, ma è tutto ancora in forma embrionale. Quindi se ti dessi quel tipo di risposta che fanno vorrebbero, mentirei (ride). Non c'è per ora niente da dire e non so quando questo accadrà.
D: Aspetteremo. Questa è un'altra cosa che identifica i fan dei Marillion: prendiamo le cose come vengono.
R: E sono anche molto, molto fedeli.
D: Ho un'ultima domanda che ti fa mia moglie, che vuole sapere quando o se i Marillion torneranno negli US?
R: Non lo so. Non è certamente un se ma un quando, ma è un quando a cui non ho risposte al momento. Forse potremo fare qualcosa l'anno prossimo, ma non voglio fare false promesse, specialmente non ai fans.
D: La vostra nuova etichetta per gli US è migliore dell'ultima?
R: No (ride), no sono stati persino peggiori! Non riuscivamo neanche a parlargli al telefono! Questo è il problema che abbiamo con l'America. Non siamo mai riusciti ad entrare in contatto con qualcuno dell'industria musicale americana che ci abbia capiti o visto quale era il nostro potenziale. Lasciami concludere con questa affermazione: ci lavoreremo sopra ma abbiamo veramente un problema con il music business americano.
D: La EMI non vi aiuta in US?
R: No. Voglio dire che la EMI non ha voluto metterci sotto contratto per gli USA perché essi, per essere onesti, ci dissero che non avremmo dovuto farlo in quanto per loro eravamo senza speranza. Questo è quanto si dice Londra (ride)!
D: Questo mi sembra un buon segno del perché non dovevate farlo.
R: Lo hanno detto anche loro. Non hanno neanche avuto la forza di mentire (ride). E questo è raro!
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