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autore: Philip Wilding (traduzione: Andrea Falco)

MARILLION: Astoria, London, England, July 11th, 2004
"Ammetto che c'è piaciuto essere in classifica", dice Steve Hogarth con un sorriso smagliante. Lo dice accennando all'ingresso nella top 10 del loro singolo 'You're Gone', suggerendo inoltre l'acquisto del suo successore 'Don't Hurt Yourself'. E a giudicare dal fragoroso boato di approvazione che ottiene in risposta, almeno metà del pubblico presente si affretterà a comprarlo il giorno dopo.
I Marillion incoraggiano questo tipo di cose. Questi sono i fans, ricordate, che sono felici di aiutare la band a finanziare la produzione dei propri dischi, che affollano conventions in campi di vacanze che pensavano di essersi lasciati dietro quando erano andati a vivere lontani dai propri genitori. Che sono venuti e hanno fatto l'esaurito all'Astoria in una serata veramente bollente, che non brontolano mai, non si lamentano e non si annoiano mai durante tutte le due ore e mezza dello show.
I Marillion, ad ogni modo, hanno ricompensato molto bene i propri fans. 'Marbles' (disponibile sia come singolo che come doppio CD – sono i Marillion dopotutto) è un disco meraviglioso. Registrato nel corso degli ultimi tre anni, ha dato frutti superiori a qualsiasi altro album dei Marillion a cui riesco a pensare. Caloroso e dal tocco leggero, ardito e determinato, 'Marbles' è entusiasmo e rimpianto, oscurità esasperante ed il primo speranzoso raggio di luce.
Come band sembrano esserne consapevoli, iniziando il concerto con la versione singola del disco suonata in ordine, dall'inizio alla fine. Può essere sorprendente, ma c'è anche tempo per gli scherzi. Soprattutto Hogarth è scatenato, allettante, talvolta affettato. Appoggia la sua testa sul piano elettrico in mezzo al palco con la stessa drammaticità che potrebbe avere Noel Coward dopo una caduta. è anche molto teatrale, tutto un agitare di braccia e sopracciglia inarcate che sovrastano uno smagliante sorriso.
"Steve Rothery ha un bel suono di chitarra", nota un mio amico dandomi di gomito, "però è il suono della chitarra di David Gilmour, anche se devo ammettere che non ricordo quando è stata l'ultima volta che ho sentito Dave suonare in quel modo" (L'amico in questione una volta suonava la chitarra in una band che era sul punto di firmare per l'etichetta dei Suede, ed è incline a fare affermazioni come questa. Specialmente riguardo le chitarre e le persone che le suonano). Il modo di suonare di Rothery può anche rifarsi ai Pink Floyd, e i Marillion – anche i nuovi coraggiosi Marillion del nuovo corso – suonano ancora brani che durano più di dieci minuti, ma in un mondo dove i Muse sono headliner a Glastonbury e i Radiohead sono in cima alle classifiche americane, niente di tutto ciò sembra essere fuori posto. Si può discutere sul fatto che se i Marillion avessero cambiato nome dopo che Fish se ne era andato quello sarebbe il tipo di mondo che ora abiterebbero. Non è questo tuttavia il momento per rimuginare su queste cose.
Il set è diviso in due, dando così a tutti la possibilità di riprendere fiato dopo 'Marbles' prima che ristornino con la pacata 'This Is The 21st Century', che abbassa un po' il tono del set. Ma è l'unico momento in tutta la serata in cui rischiano di annoiare. La deliziosamente maliziosa (e decisamente inaspettata, scusate il gioco di parole) 'Uninvited Guest' colpisce e fa ridacchiare, 'Bridge' ricorda che il concept album non è un'idea di cattivo gusto e 'Easter' probabilmente resta la più bella canzone che i Marillion abbiano mai scritto in tutta la loro storia.
Alla fine si inchinano felici verso il pubblico, Hogarth convince pure un imbarazzato Mosley a lasciare la sua batteria per unirsi agli altri della band di fronte al pubblico che li applaude. C'è ancora una scintillante lucentezza di sudore sui muri quando le luci della sala si accendono.
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