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:: classic rock #68 - july 2004 ::

autore: Jerry Ewing (traduzione: Andrea Falco)

UOMINI PER TUTTE LE STAGIONI
Quando Fish, il carismatico frontman dei Marillion lasciò la band nel 1988, molte persone si aspettavano che la band scomparisse. Invece essi produssero uno dei loro migliori album. Classic rock ha intervistato Pete Trewavas, Steve Rothery e Steve Hogarth per conoscere la verità sulla realizzazione di ‘Seasons End’
“Ero seduto un giorno sul bordo della piscina all’Hook End Studios, e questi due poliziotti insieme a due tizi in giacca e cravatta si diressero verso di me attraversando il prato. Era una magnifica giornata di sole ed io ero la sul bordo della piscina a sorseggiare una Pimm’s. Si avvicinarono, presero una lista e mi elencarono i nomi dei ragazzi della band; io dissi qualcosa come: “Nah, non c’è nessuno di loro qui, ragazzi, ci sono solo io. C’è il mio nome sulla lista?”. Loro risposero di no. Così gli dissi che se avevano bisogno degli altri li avrei cercati. Gli chiesi se volevano un cocktail e gli portai una pinta di Pimm’s. Erano venuti per notificarci un’ingiunzione da parte di Fish che ci voleva impedire di registrare.
Lo videoregistrammo; gli chiedemmo di lasciar perdere le manette e gli sfollagente. Fu un delirio. Legalmente lui non poteva impedirmi di registrare, solo alla band, così semplicemente io andai avanti e registrai le parti vocali per un paio di giorni, mentre i nostri legali fecero annullare l’ingiunzione. In realtà quindi, non ci fu alcuna differenza.”
Siamo agli inizi di Aprile del 2004 e Steve Hogarth è seduto all’interno del Racket Club, lo studio privato dei Marillion situato nel profondo del Buckinghamshire, mentre mi racconta quell’aneddoto relativo al tentativo del gigantesco ex-frontman della band di bloccare ogni successiva attività dei Marillion dopo che aveva lasciato la band nel 1988.
Tre settimane dopo quest’incontro i Marillion si ritroveranno nella UK Top 10 con il loro nuovo singolo ‘You’re Gone’ dal loro eccellente nuovo album ‘Marbles’ [nota 1]. Il nuovo album è la testimonianza di come la band si sia adattata a non essere sotto contratto con alcuna casa discografica e riuscire a fare tutto in proprio.
Ma la conversazione di oggi non verte sul loro nuovo album, ma piuttosto sui loro ricordi di 15 anni fa, ai giorni in cui il giovane ex membro degli Europeans chiamato Steve Hogarth fece il suo primo incontro con una band chiamata Marillion. Anche Seasons End, appropriatamente, l’ultima volta che un singolo dei Marillion era entrato nella UK Top 10 era stato un estratto dall’album della band che aveva preceduto quell’incontro, quando nel Maggio del 1987 ‘Incommunicado’, da ‘Clutching at Straws’, aveva raggiunto il n° 6.
‘Clutching at Straws’ fu l’ultimo album inciso da Fish coi Marillion. Nonostante le cose apparissero dorate dall’esterno (viaggiavano sulle ali del successo, ‘Clutching at Straws’ aveva raggiunto il 2° posto nelle charts inglesi e aveva venduto più di un milione di copie) le cose non andavano assolutamente bene all’interno della band. Meno di un anno dopo, quello che solo pochi anni prima sarebbe sembrato impensabile accadde: Fish aveva lasciato i Marillion.
“Ci diede un ultimatum, dicendoci quello che pretendeva riguardo al controllo e ai soldi, minacciandoci di andarsene Seasons End non lo avesse ottenuto,” spiega il chitarrista sr. “E noi gli dicemmo addio, veramente.
Poi avemmo tutti quei problemi legali, perché sebbene avesse lasciato la band lui era ancora direttore della compagnia. Fu tutto molto squallido e molto dispendioso; tutto cominciò durante la registrazione di ‘Seasons End’ (il primo album dei Marillion con Steve Hogarth); fu allora che comparvero gli avvocati che Seasons End ne uscirono con le ingiunzioni.”
Rothery ed il bassista Pete Trewavas – seduti vicino ad Hogarth su un suntuoso divano di pelle nera – sorridono entrambi e fanno una finta smorfia di disperazione quando salta fuori i nome di Fish. Sembra che anche oggi non ci sia un’intervista in cui il suo nome non aleggi come un cattivo odore. Più tardi Hogarth si spingerà più in la, ammettendo che fino a poco tempo fa l’intera faccenda di Fish lo faceva innervosire. Ma oggi stiamo parlando di ‘Seasons End’, così non ci sono porte aperte per il gigante.
“Eravamo nella strana situazione di essere una band di grande successo, ma di vivere in maniera pessima le nostre vite”, continua a raccontare Trewavas sui fatti che portarono alla fuoriuscita di Fish. “Era un totale incubo, e non credo che alcuno di noi desideri di avere nuovamente un tale successo. Fu così distruttivo.”
“Non ci veniva dato un attimo di tregua, eravamo spinti in tour dal nostro management”, aggiunge Rothery. “Non eravamo felici per molte ragioni e l’andare in tour era terribilmente frustrante. Potevi suonare davanti 15.000 persone a Parigi e riuscire lo stesso a non divertirti.
Facemmo il tour di ‘Clutching at Straws’ dopo cercammo di scrivere qualcosa, ma c’erano molte frizioni; Fish sembrava non apprezzare più quello che stavano facendo musicalmente. Le cose non funzionavano. Facemmo un ultimo tentativo su in Scozia. Nessuno pensava realmente che avrebbe funzionato. Fu allora che tutto esplose. Avevamo sul tavolo un contratto per un milione di sterline ed avremmo potuto firmarlo se avessimo voluto. Ma non si poteva andare avanti così. Noi a comporre in una stanza e Fish da qualche altra parte.”
E fu così che la rock band di grande successo che teneva alta la bandiera del prog col inconfondibile marchio contro l’assalto dei cappelloni alla Bon Jovi e dei suoni più duri di band come i Metallica si ritrovò improvvisamente senza il suo principale punto focale, il suo frontman amico dei media. Uno potrebbe pensare che una band che si ritrova in una situazione come questa potrebbe..., beh, andare in merda.
“Assolutamente no,” insiste Trewavas.
“Non dubitammo mai che avremmo potuto continuare,” aggiunge Rothery. “Impiegammo poco tempo a trovare Steve. Facemmo il provino a moltissime persone, nessuna di loro neanche minimamente vicina a quello che stavamo cercando. Ma durante tutto questo periodo continuammo a scrivere musica. Se fossero passati sei mesi senza che riuscissimo a trovare qualcuno di adatto allora forse qualche dubbio sarebbe potuto sorgere, ma credevamo veramente di avere tra le mani qualcosa di ‘speciale’”.
Sembra che l’intero periodo che tutti sono portati a ritenere il più travagliato nella storia dei Marillion sia stato invece pervaso da una sorta di pace interiore. Anche il processo di rimpiazzare una figura così dominante sembra essere stato condotto in maniera molto rilassata. Malgrado Fish fosse, giustamente o ingiustamente, ritenuto essere i Marillion in tutti gli anni ’80.
“Volevamo trovare qualcuno con cui avessimo una grande alchimia; qualcuno che fosse molto, ma molto differente da Fish. Non volevamo un suo clone,” continua Rothery. “Fish era un cantante molto difficile a cui succedere. Era un frontman carismatico ed un grande scrittore di testi, e sapevamo che sarebbe stato molto difficile da rimpiazzare”.
“Fu piuttosto ovvio quando iniziarono le audizioni cosa le persone pensavano che volessimo,” aggiunge Trewavas. “E nessuno di loro aveva colto nel segno. Avemmo qualche momento di isteria con persone che si pavoneggiavano col volto truccato. Non era il caso di sapere cosa volevamo, ma di sapere quello che NON volevamo. Vagliammo tutto questo e, per caso, mesi e mesi dopo comparve Steve. E fu l’unica cosa decente che udimmo.”
Così fece il suo ingresso Steve Hogarth, prima frontman degli Europeans, oscura band in stile pop-gabrielliano e in tempi più recenti con i più melodici How We Live. Ma fare un provino con i Marillion non sembrava essere una priorità per Steve a quel tempo.
“Assolutamente no,” dice ora Hogarth. “Gli How We Live si erano appena sciolti. Essi mi avevano strappato via fino all’ultimo pezzettino d’autostima e di fiducia in me stesso, e non volevo più essere un musicista. Stavo smantellando tutto, vendendo la nostra piccola casa di Windsor. Stavamo per trasferirci del Derbyshire, dove allora potevi comprarti un posticino per quasi niente, e cercarmi un lavoro che non fosse mentalmente impegnativo, come fare il lattaio, e vivere una vita tranquilla e vera. Avevo lavorato con la testa per così tanto tempo che non riuscivo più a sostenerlo.
Ero proprio nel mezzo di questo processo, subito prima di Natale del 1988, ed ero negli uffici della Rondor, il mio editore, e chiesi se qualcuno avesse avuto qualche lavoretto da farmi fare – voglio dire nell’ufficio, tipo battere a macchina o lavorare nel loro piccolo demo-studio, - principalmente per potermi rilassare e divertirmi senza essere sotto pressione. Essendo Natale, tutti erano reduci da bagordi. Il general manager, Alan Jones, sollevò la testa dal divano del suo ufficio e disse: “Sai che i Marillion stanno cercando un cantante?” Io risposi: “Non intendevo questo”.
Mi spiazzò mandandogli un nastro. Accadde veramente così. Non sapevo neanche che gli avesse mandato un nastro. Penso che lo abbia fatto alcuni giorni dopo, quando aveva smaltito la sbornia.”
Quel nastro conteneva una primitiva versione di ‘Easter’, ‘Games In Germay’ e ‘Til Kingdom Come’ degli Europeans (ma non ‘Dry Land’ degli How We Live, che i Marillion incideranno poi nel 1991 sul loro ‘Holidays In Eden’).
“Avevo un compagno di bevute a Windsor, Daryl Wolf, che era stato nei Curved Air ed aveva avuto questa band chiamata Daryl Way’s Wolf in cui suonava Ian Mosley (il batterista dei Marillion)”, continua Hogarth. “Gli dissi dei Marillion e lui mi disse di provare. Così iniziai a pensarci.
Eravamo appena tornati da un giro di ricognizione del Derbyshire, nel Gennaio 1999, quando un tizio dagli uffici dei Marillion telefonò. Fu così che accadde.”
Se i Marillion cercavano qualcuno che non fosse un clone di Fish allora non avrebbero potuto trovare qualcuno che centrasse meglio il requisiti di Hogarth. Con Fish ti trovavi davanti una persona grande, addirittura fuori dal normale, che trasudava la bonomia dell’ubriacone. Fish era un uomo che aveva il cuore in mano, forse nella speranza che la sua anima travagliata incontrasse i favori dell’ampia porzione femminile dei fan dei Marillion. Il più piccolo Hogarth potò con lui una delicata e più oscura aria di mistero, oltre ad una voce molto differente e caratteristica. C’era sempre la sensazione le fans avrebbero fatto i salti mortali per fargli da madre.
“Il primo incontro fu fuori di casa mia,” ricorda Trewavas. “ Avevo due gatti e Steve è allergico ad essi. Fu anche in tarda serata e dovemmo stare fuori al freddo malgrado fosse Gennaio. Ma ci piacque la voce di Steve e lui come persona.”
“Avevamo tutta l’attrezzatura installata nel garage di Pete, alcune liriche e iniziammo semplicemente a suonare improvvisando,” spiega Rothery.
E come fu questo primo incontro per il nuovo arrivato?
“Mi diedero un foglio con dei testi e mi dissero: “Noi suoneremo questo pezzo su cui stiamo lavorando, vuoi cantare queste parole?””, ride Hogarth. “Non c’era segnata alcuna melodia e loro mi dissero semplicemente di mettercela. Così feci un profondo respiro, ascoltai cosa stavano suonando e lo feci. Dissero: “Grande!” Alle mie orecchie sembrava terribile. Era ‘King Of The Sunset Town’. L’abbiamo scritta nei primi dieci minuti del nostro primo incontro! Molte canzoni nacquero molto velocemente.”
Divenne presto evidente a tutti che i Marillion avevano trovato il loro uomo.
“Eravamo convinti che funzionasse, sembrava un bravo ragazzo e avevamo fatto i compiti a casa – avevamo ascoltato gli Europeans e gli How We Live”, dice Trewavas. “Decidemmo che il passo successivo sarebbe stato quello di stare via insieme per un paio di settimane a lavorare su alcuni pezzi.”
“Anch’io la pensavo allo stesso modo”, concorda Hogarth. “Non volevo dire: “Yeah, mi unirò alla vostra band”. Far parte di una band è qualcosa di più che fare semplicemente musica, è stare sempre appiccicati uno all’altro ed essere capaci di far collimare i caratteri individuali.
Mi ero già confrontato con questa situazione nel passato; un bassista con cui avevo lavorato si rivelò essere uno psicopatico e quasi mi uccise. Una volta che ciò accade non puoi semplicemente andare avanti facendo finta di niente. Così ci trasferimmo in questo studio a Brighton e trascorremmo tre settimane là. Dopo questo periodo eravamo tutti concordi che la cosa funzionava ed io fui dentro.”
Avendo superato il principale e significativo ostacolo, la band iniziò a lavorare sul materiale che sarebbe poi finito su ‘Seasons End’, provando all’Hook End Studios nell’Oxfordshire. Un pomeriggio, dopo un pranzo annaffiato con molte birre al Crooked Billet Pub a Henley-on-Thames, vicino al rifugio della band, il tastierista Mark Kelly ritornò informandoli che egli aveva accettato che la band facesse un piccolo concerto nella taverna locale sotto lo pseudonimo di Low Fat Yoghurts. Fu un altro grosso ostacolo, in particolare per Hogarth, da superare.
“Fu come un fulmine a cielo sereno!” Ricorda il cantante. “Venivamo trascinati fuori dal nostro nascondiglio e per me era veramente terrificante. Mi ricordo che pensai: “perché non ci ho pensato prima?” Fu il test decisivo – stare di fronte alla gente. Sapevo quanto fossero appassionati i fans dei Marillion e non sapevo cosa avrebbero pensato di me. è una cosa grande da chiedere a chiunque. Fish era stato una delle principali ragioni per cui erano così fanatici della band. La peggior situazione che potessi immaginare era stare in una stanza con loro senza un palco, senza una security, con la possibilità che potessero prendermi e strangolarmi! Quello fu il momento in cui pensai: “In cosa mi sono cacciato?” Ne accennai ai ragazzi e loro mi risposero semplicemente: “Oh, non preoccuparti di loro, starai benissimo!” Non permisi neanche a mia moglie di venire allo show – e lei è ancora addolorata per quello. Ma ero così spaventato di quello che sarebbe potuto accadere.”
In ogni modo sembra che, come quasi tutto ciò che concerne l’ingresso di Hogarth nei Marillion, il cantante non avesse bisogno di preoccuparsi.
“Il Crooked Billet fu fantastico”, ricorda sorridendo Trewavas. “Era un pub minuscolo, ma divenne un evento enorme. Avrebbe dovuto essere un concerto segreto, ma la voce si sparse in giro. C’erano persone fuori in strada che cercavano di entrare attraverso le finestre. Ma adorarono il concerto.”
Avendo abilmente superato gli ostacoli che si erano parati di fronte a loro fino ad allora, Hogarth e i suoi nuovi compagni si dedicarono al compito di assemblare le loro idee musicali in un tangibile esempio del nuovo sound della band.
“Volevamo mantenere i punti di forza del nostro sound e contemporaneamente progredire inserendo Steve”, spiega Trewavas. “Non diventare quattro musicisti con un cantante stipendiato.”
“Io cantavo ed avevo una piccola tastiera con cui armeggiare”, ricorda Hogarth. “Suggerivo delle cose. Talvolta dicevano di no e talvolta le apprezzavano. Fu molto naturale, senza alcuno sforzo. Tutto accadde molto facilmente. Guardando indietro penso che ‘Seasons End’ sia il punto di passaggio tra la vecchia band e quello che i Marillion sarebbero diventati in seguito. Io ci sento i vecchi Marillion con un nuovo cantante alla voce.”
“ Fu un buon punto di partenza”, concorda Trewavas. “Stavamo cercando di evolverci inserendo Steve nel processo. Lui è un cantante molto più naturale di quanto lo è Fish. La voce di Fish era sempre abbastanza strana. Ma tutto sembrava prendere forma abbastanza bene.”
Nonostante avessero un’abbondanza di idee musicali e liriche scritte da John Helmer [nota 2], il grosso della musica su cui i Marillion lavorarono finì sull’album. Solo una manciata di brani extra furono esclusi, brani che però vennero pubblicati come b-sides dei tre singoli che furono estratti dall’album. Tipiche canzoni dal lento incedere e d’atmosfera come ‘Easter’ e ‘Berlin’ ed epici brani prog come ‘The Space...’ trovarono posto a fianco di due canzoni brevi, gli scioccanti hard-rock ‘Hooks In You’ – che come primo singolo fu l’araldo di Hogarth – e l’eccellente ‘Uninvited Guest’.
“Non so da dove venne fuori”, dice Rothery di ‘Uninvited Guest’ e della sua inclinazione abbastanza metallica. “Era piuttosto bella. La faccio sempre un po’ scherzosamente. Trovo difficile pensarmi come un chitarrista hard... beh, è come per la slide guitar. Mi sembra sempre di bluffare quando la suono. è divertente farlo però, molto liberatorio. Una di quelle cose dove puoi aprire la porta un po’ di più, andare al di là dei soliti confini e fare qualcosa di più sfacciatamente rock-oriented”.
Molti fan dei Marillion credono che ‘Uninvited Guest’, con una strofa come ‘I’m your fifteen-stone first-footer’, sia una frecciata al vostro vecchio frontman.
“Chi lo sa?”, dice Trewavas sorridendo cospirativamente.
“è basata su di un paio di cose”, puntualizza Rothery. “Sul racconto ‘The masque of the red death’ di Edgar Allan Poe, ed anche sull’incubo dell’AIDS, che era molto sentito all’epoca, con le parole: ‘I’m your evil in your bloodstream / I’m the rash upon your skin...’”.
“Devo ammettere che passare attraverso ciò fu molto interessante e struggente, e funzionò su molti differenti livelli”, dice Trewavas. “Anche se devo riconoscere che fu piuttosto divertente che le persone fossero indotte a pensare che la canzone riguardasse Fish, ma, una volta di più, in maniera scherzosa.”
“In realtà ci avevamo lavorato sopra con Fish”, aggiunge Rothery. “Su in Scozia. Se ascolti ‘Lucky’, dal suo album ‘Internal Exile’, il coro è molto simile. Devo parlarne con lui di questo...”
‘Seasons End’ fu il primo album dei Marillion non concept. I concept album erano qualcosa per cui la band era diventata famosa con Fish.
“Questa era la grande cosa connessa a Fish... ma anche non lo era”, dice sorridendo il chitarrista. “Con Fish talvolta avevi l’impressione che alcuni dei concetti fossero appiccicati insieme all’ultimo minuto, se fosse possibile conoscere la verità. Credo che poich– parte delle liriche sono state scritte da Steve e parte da John Helmer non sia mai stato possibile recepirlo come un concept.”
La decisione di registrare un album di canzoni così differenti fu una mossa deliberata per permettere a Hogarth di sottrarsi all’ingombrante ombra di Fish?
“In parte si, ed in parte perché il concept album aveva fatto il suo tempo”, spiega Trewavas.
Essendo sopravvissuti alla perdita del loro frontman amatissimo dai fan, avendo trovato un nuovo cantante e suonato il primo concerto con lui in tempi brevi, la registrazione di un album così fondamentale come ‘Seasons End’ non spaventò di certo il gruppo. Ma quando la EMI, l’etichetta dei Marillion, iniziò a rumoreggiare circa il nuovo materiale, sorsero i primi segni di preoccupazione.
“Non ci sentivamo sotto un’enorme pressione, ma eravamo arrivati al momento in cui, dopo che Steve si era unito a noi, la EMI pretendeva di sentire quello che stavamo facendo prima di decidere di pubblicarlo”, rivela Trewavas. “Eravamo stufi di questo.”
“Sapevamo che non importava come fosse l’album perché avrebbe comunque venduto un numero X di copie e loro lo avrebbero comunque pubblicato indipendentemente da come fosse”, dice Rothery. “Eravamo nella fortunata posizione di essere reduci da un album come ‘Clutching At Straws’, che, sebbene non popolare come ‘Misplaced Childhood’, aveva comunque venduto più di un milione di copie. Avevamo quindi spazio per respirare. Se il disco precedente fosse stato un flop, saremmo stati sotto una pressione molto maggiore.”
“Ero un po’ nervoso quando ci chiesero i demo perché non lo avevano mai fatto prima”, dice Trewavas. “Avevano messo sotto contratto anche Fish che stava realizzando il suo primo album, ed avevo la sensazione che potessero tenere lui ma non necessariamente il gruppo. Appena sentirono il disco però, fecero i salti di gioia, e tutto continuò.”
Essendo passati attraverso l’intero processo di Fish fuori / Hogarth dentro / registrazione di ‘Seasons End’ con il minimo stress possibile, ed avendo alla fine ricevuto il via libera dalla EMI, ora restava l’ostacolo più gravoso da superare: affrontare il giudizio del pubblico e della stampa. Inoltre il fatto che Fish fosse sotto contratto per la stessa etichetta e che stesse lavorando sul suo album solista di debutto, ‘Vigil in the Wilderness of Mirrors’, aumentava la pressione che la band doveva sostenere. La pubblicazione di ‘State of Mind’, il singolo di debutto di Fish, fu programmata in contemporanea a ‘Seasons End’ (Curiosamente l’ultimo album di Fish, ‘Fields of Crows’, è stato pubblicato solo pochi mesi prima dell’ultimo album dei Marillion, ‘Marbles’).
“Si, non abbiamo mai saputo se ciò fu fatto deliberatamente o no”, sorride Hogarth. “Forse è stata una coincidenza, forse no.”
“Però ce lo aspettavamo, veramente”, ride Rothery.
Quello che non potevano aspettarsi nell’autunno del 1989, tuttavia, era quanto calorosamente la stampa accolse Hogarth.
“Mi ricordo che la stampa accolse molto bene Steve”, ricorda Trewavas.
Lo fece, naturalmente, facendo paragoni con Fish.
“Succede ancora”, ammette Trewavas. “”Allora, parlami di Fish...” e tu pensi: “Oh Dio, per quanti anni andrà ancora avanti?” è veramente frustrante.”
“Accade ancora oggi”, dice Hogarth. “è un po’ come chiedere ad un tizio che è sposato con una donna di parlargli dell’ex marito della moglie – ti risponderà sempre: “In realtà non l’ho mai veramente conosciuto”. è un po’ strano per me; l’ho incontrato un paio di volte ed è sempre stato molto carino con me. Ma non ho mai veramente avuto occasione di conoscerlo.
Penso che la cosa più difficile che ho dovuto fronteggiare da questo punto di vista sia stato l’incontro con il presidente del Fan Club Olandese. Venne alle prove e mi fece un autentico terzo grado. Gli olandesi possono essere veramente schietti.”
Se la loro fiducia in se stessi aveva bisogno di una spinta, i Marillion la ricevettero quando, dopo aver accolto Hogarth come un vecchio amico durante le riprese del video di ‘Hooks In You’ alla Brixton Academy di Londra, i fans fecero schizzare ‘Seasons End’ al n° 7 della chart inglese. Rese la prospettiva di andare in tour e fronteggiare gli ardenti fans dei Marillion in giro per il mondo certamente più agevole.
“Penso che se c’era qualche preoccupazione questa riguardava come l’audience avrebbe accolto lo show, perché ovviamente Steve è un cantante così diverso da Fish”, medita Rothery. “Non era uguale in ogni concerto. Potevano essere necessarie alcune canzoni prima che il pubblico entrasse in sintonia, ma potevi invariabilmente vederli sorridere con soddisfazione da un certo punto in avanti dello show.”
C’era anche, naturalmente, la questione della scaletta. La band voleva ovviamente includervi quante più canzoni nuove possibili, ma non c’era modo di evitare di suonare anche brani del loro vecchio repertorio.
“La band mi aiutò moltissimo in questo, perché i ragazzi mi diedero una lista di vecchi brani e mi dissero di scegliere; tutto quello con cui non mi sentivo a mio agio finì nel cestino” dice Hogarth. “Così scelsi semplicemente le canzoni con cui sentivo di potermi relazionare. Alcune delle liriche che Fish ha scritto non vanno bene per me. Sono troppo intense o arrabbiate, o troppo gotiche, cosa che io non sono assolutamente. La band fu fantastica in questo.
Il mio approccio al canto è... come posso dirlo... più attento alla melodia ed alla musicalità di quanto forse lo è quello di Fish, che spesso ha più a che fare con la rabbia e la frustrazione. Io posso cantare la rabbia e la frustrazione se la sento, ma la devo sentire. Questo ci lasciò un sacco di opportunità con le vecchie canzoni. Io le cantai a modo mio, non cercando semplicemente di rifarle uguali.
Inoltre cercai di non andare su e giù per il palco come se fossi il padrone del locale, perché ci sarebbero state delle persone tra il pubblico che avrebbero potuto pensare: “Ma chi cavolo si crede di essere?” Cercai quindi un approccio del tipo ‘sono qui, e cercherò quindi di cantare qualcosa se siete d’accordo’. perché avevo la convinzione che l’audience avesse più diritti sulla band di quanti ne avessi io. Conoscevano i Marillion meglio di me, così anzich– chiedere la loro attenzione cercavo semplicemente di fare del mio meglio sperando che mi seguissero.”
Allo stesso modo agli altri all’inizio deve essere sembrato strano dividere il palco con il nuovo venuto.
“Fu abbastanza duro anche per noi. Cercavamo di proiettarci di più come band per allentare la pressione su Steve”, dice Trewavas.
Uno può farsi l’idea che il non funzionare dal vivo fosse un qualcosa che pendeva sopra le vostre teste come una sorta di spada di Damocle.
“C’era la possibilità, ma penso di non averlo mai neanche preso in considerazione”, afferma Trewavas. “Avevamo fatto il video e, consapevolmente, avevamo deciso di usare una grossa produzione anche per aiutarci quando eravamo sul palco a supplire a quel qualcosa che poteva non esserci più.”
“Ci rese ancora più determinati”, aggiunge Hogarth. “Ogni notte era un qualcosa da conquistare. Era come una maratona con gli ostacoli, ed ogni concerto era uno che avevamo superato. Non stavamo semplicemente facendo dei concerti, stavamo conquistando dei territori; ed ognuno di loro poteva trasformarsi in sconfitta, ma ciò non accadde. Per una fortunata coincidenza celebrammo il mio primo anniversario nella band a Rio De Janeiro, con una colazione a base di Champagne nel miglior hotel della città. Fu molto bello.”
Con relativa facilità ‘Seasons End’ aveva riaffermato con fermezza i Marillion come una delle principali band della scena rock, malgrado vicissitudini che avrebbero fatto crollare molte altre band. Negli anni seguenti album come ‘Holidays in Eden’, il meraviglioso concept ‘Brave’ e ‘This Strange Engine’, il primo realizzato dalla band dopo la rottura con la EMI, hanno permesso ai Marillion di diventare una delle band più significative del paese. Il ritorno alla EMI nel 2001 per l’eccellente ‘Anoraknophobia’ ha rafforzato questa posizione. E con ‘Marbles’, il primo album realizzato grazie al processo di reperimento fondi attraverso i propri fans più fedeli, hanno provato che possono sopravvivere come un’unità autonoma al di fuori delle etichette discografiche. Dopo essere stato per 15 anni nella band, Steve vede naturalmente se stesso come frontman.
“è stato probabilmente con ‘Brave’ che ho cominciato a sentirmi veramente parte della band”, dice Hogarth. “Ma ad essere veramente sincero, solo recentemente ho quietato questi spettri dentro la mia testa. Anche solo sedermi per un’intervista e parlare di Fish mi faceva subito incazzare. Adesso sono arrivato al punto che la cosa non mi turba più minimamente, ho molto più fiducia in me stesso. Ma è solamente da poco tempo che ho cominciato a sentire questa band mia quanto lo è di Steve o di Pete. Ci sono voluti anni per arrivare a questo.”
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