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| :: classic rock #105 - may 2007 :: |
autore: John Hotten (traduzione: Andrea Falco) |
Da Season’s to Somewhere
Mentre i Marillion si preparano a pubblicare il loro nuovo album, Somewhere Else, ripensano ai 18 anni del dopo Fish durante i quali la sopravvivenza della band è stata a rischio prima che essi prendessero il loro destino nelle proprie mani.
THE MUSHROOM FARM, SUSSEX, 1989
“Allora vuoi incontrare il nostro nuovo cantante?” chiede Mark Kelly. “Ecco che arriva. Questo è Steve…” Nel salotto di un piccolo studio di registrazione vicino a Brighton si avvicina Steve Hogarth, con addosso un lunghissimo maglione bianco da pescatore e boccoli flosci alla Brideshead Revisited.
“Tutto bene?” chiede Steve Hogarth. “Vuoi ascoltare un po’ di musica?”
Anche se avessero scelto Tina Turner come nuova cantante, i Marillion difficilmente avrebbero potuto trovare qualcuno di più diverso dal suo predecessore Fish di Steve Hogarth. Egli indica alcune sedie poste al centro della sala circondate dall’attrezzatura della band.
“Non abbiamo ancora molto su nastro, così abbiamo pensato di suonare qualcosa per te” dice.
Iniziano con The King Of The Sunset Town, seguita da Holloway Girl e Easter. Le ragioni per cui I Marillion avevano scelto questo cantante piccolo, dall’aspetto molto inglese, proveniente da una formazione post-punk che era in procinto di unirsi ai The The per la loro tournée quando lo avevano scovato, erano evidenti ed inconfutabili. I Marillion che suonavano quel giorno erano veramente ottimi.
THE RACKET CLUB, BUCKINGHAMSHIRE, 2007
“Mi ricordo di avergli detto: ‘A meno che tu sia un sanguinario assassino, il posto è tuo” racconta il tastierista Mark Kelly a proposito d Steve Hogarth. “E lui rispose ‘Io? Un sanguinario assassino? Semmai sono la vittima amico’”.
18 anni dopo quel giorno al Mushroom, la band è seduta in circolo in un altro studio, questa volta in quello che posseggono e gestiscono in proprio. Il maglione da pescatore di Steve Hogarth non c’è più ma lui sì, e mi fa vedere una cicatrice storta sul palmo della sua mano.
“Questa ha 25 anni, immagina quindi come doveva essere quando accadde. Sono stato in una band all’inizio della carriera dove il bassista quasi mi ha ucciso. In realtà stava cercando di uccidere il batterista. Il chitarrista ed io cercammo di trattenerlo e di fermarlo ed io rimasi seriamente ferito. Aveva un boccale di vetro che aveva frantumato contro il muro e con i cui cocci stava cercando di sfregiarlo e col quale mi tagliò la mano. Cose come questa ti rendono un tantino più cauto…”
Al Mushroom Farm nell’89, Hogarth scoprì che i Marillion non erano violenti come i suoi vecchi compagni. Egli scoprì – o forse riscoprì – anche se stesso.
“Quando ricevetti la prima chiamata [con l’offerta di unirsi ai Marillion] Matt Johnson mi aveva appena chiesto di unirmi come pianista ai The The per il tour di Mindbomb. Mi ero appena svincolato da un contratto con la CBS e dopo essere stato sotto contratto con la CBS o Sony non vuoi più essere un musicista – ed io non lo volevo. Chiedilo a Britney. Avevo la mente offuscata. In quel momento Matt mi chiese di andare con lui ed io pensai: ‘Bene, ecco un ottimo modo per riprendermi. Nessuna pressione, nessuno che si aspetta nulla da me’. Ero entrato nell’ordine di idee di accettare quando giunse la chiamata di Marillion.
Steve Rothery, il chitarrista: “Ascoltammo un’infinità di cantanti, alcuni dei veri e propri cloni di Fish – cosa che non ci interessava minimamente. Quando ascoltammo Games In Germany dal nastro di Steve pensammo: ‘Oh, testi intelligenti, una grande performance vocale. Il massimo per un cantante…’ Le grandi doti di Fish erano la presenza scenica e i testi. Non era molto portato per la melodia. Steve era invece ovviamente un cantante molto melodico.”
“Sebbene superficialmente non sembrasse che avessimo molto in comune, Steve proveniva da una band post-punk chiamata The Europeans “ dice Mark Kelly, “Se torni indietro di qualche anno scopri che tutti noi eravamo cresciuti ascoltando la stessa musica”.
Hogarth e i Marillion si incontrarono per la prima volta a casa di Pete Trewavas, il bassista, o meglio nel giardino di casa sua; Pete aveva dei gatti e Hogarth è fortemente allergico ad essi. “Così ci sedemmo in giardino con addosso i nostri giacconi” ricorda Hogarth.
“Come molti allora, e molti ancora adesso, per me i Marillion erano Fish. A meno che uno fosse il tipo di persona che acquistava i biglietti per i concerti, avesse visto la band e sapesse chi erano, per un qualunque passante della strada i Marillion erano Fish. Questo era tutto ciò che la gente pensava a meno che non li conoscesse più approfonditamente. Ed io non li conoscevo. Così ero più o meno simile alla massa”
Si scoprì che la band era più interessata a Steve Hogarth di quanto lui lo fosse alla band.
Steve Rothery: “Una volta che avevamo iniziato a buttar giù qualche idea erano molto più interessanti di quanto fatto con tutti gli altri cantanti”
Hogarth: “Il contenuto di quasi quattro negozi di dischi fu stipato nel garage di Pete. Così andammo la loro mi dissero: ‘Qui ci sono dei testi. Cantali mentre noi suoniamo’. Io dissi: ‘Va bene. Qual’è la melodia?’ Loro risposero: ‘Non c’è, fai tu’.”
Kelly: “Avevamo due abbozzi di brani, The Release e The King Of The Sunset Town. Avevamo alcuni testi scritti da John Helmer. Erano un test per la loro voce [dei cantanti in prova] e per il loro approccio. È sorprendente come reagiscano cantanti diversi davanti ad una tela bianca Metà di essi non sa cosa fare”.
Rothery: “O cade immediatamente nello scontato cliché del ‘woooaaah…’. Totalmente sbagliato”.
Trewavas: “Con Steve il desiderio che si unisse alla band fu immediato”.
Ian Mosley, il batterista: “E lui ci rispose: ‘Vado a casa e ci penso su’. Gli dissi: ‘Su cosa devi pensare?’ Rispose solo con un mugugno. Allora gli dissi: ‘Dobbiamo mandarti dei fiori? Cosa dobbiamo fare?’”
Hogarth: “Tre settimane prima unirmi ad una band era l’ultima cosa al mondo che volessi fare. Ma non puoi veramente dare un prezzo alla libertà creativa ed era quello che loro mi offrivano. Ci misi circa un mese a decidere”.
The King Of The Sunset Town, Holloway Girl e Easter, i brani suonati quel giorno nel 1989 al Mushroom Farm apparvero tutte su Seasons’ End, il primo dei dischi dei Marillion con Steve Hogarth, pubblicato poco prima di Vigil In The Wilderness Of Mirrors, il primo album solista di Fish. Seasons’ End vendette 650.000 copie.
Kelly: “Così la EMI pensò: ‘Immaginatevi cosa potreste fare se faceste un album con dentro un paio di hit singles. Per l’album successivo, Holidays In Eden, ci misero così al lavoro con Chris Neil, che aveva prodotto Celine Dion, Leo Sayer e Sheena Easton. Fu come essere in studio con un presentatore di Blue Peter. Aveva sempre qualcosa di già pronto. Registrammo e mixammo il tutto in 10 settimane, un periodo che può essere lungo per le Spice Girls ma non certamente per noi”.
Rothery: “Attraversai un periodo creativamente molto difficile. Molti dei pezzi che ho scritto per quel l’album risalivano ad almeno sei mesi prima”.
Kelly: “Fu un processo molto difficile trovare un terreno comune che piacesse a tutti”.
Forse per reazione l’album successivo che i Marillion incisero fu Brave, un concept album di 72 minuti, accompagnato da un film di 50 minuti diretto da Richard Stanley, il regista di Dust Devil.
Hogarth: “ La EMI aveva questo nuovo manager chiamato Nick Mander. Lui era uno della generazione. Aveva messo sotto contratto EMF. Era il tipo che diceva: ‘Oh, non preoccupatevi di niente. A loro baderò io. Registreranno l’album in tempi brevissimi, rispetteranno il budget previsto, nessuna sessione supplementare…’. Ci mandò in Francia nel castello di Miles Copeland [il boss della IRS Records].
Avremmo dovuto finire il tutto in un paio di mesi. Quando ripartimmo avevamo finito sì e no le parti di batteria”.
I Marillion si ritirarono nei Parr Studios di Liverpool per finire Brave.
Rothery: “Nick ci aveva messo a lavorare con Dave Meegan, che è il produttore più meticoloso che uno possa immaginare. È stato istruito da Brian Eno; Dave non fa nulla velocemente”.
Kelly: “A Mander stava venendo un colpo, e ricordo Dave Meegan farci sedere e dirci: ‘Allora ragazzi abbiamo due scelte: possiamo fare un semplice album o produrre un’opera d’arte. Cosa volete fare?’ Beh, ovviamente…”.
Alla EMI non rimase che aspettare e vedere come si sviluppava il progetto.
Hogarth: “Non sono sicuro che sapessero veramente cosa fare con l’album. Voglio dire che la gente non ha più il tempo per sedersi ed ascoltare con le cuffie 72 minuti di musica. La vita è cambiata. Non aveva neanche un singolo trainante ne, una volta fatto il film, un video clip”.
Kelly: “ Quello fu il principio della rottura con la EMI. Vendette 400.000 copie, ed entrambi accogliemmo la cosa con una scrollata di spalle”.
Negli anni seguenti i Marillion impararono la lezione. Registrarono un ultimo album per la EMI, l’eccellente Afraid Of Sunlight, e poi firmarono con la Castle Communications per i successivi tre, This Strange Engine, Radiation e Marillion.com.
Rothery: “Uno pensa quando firma per un’etichetta indipendente che essi compensino con l’entusiasmo quanto difettano in struttura ed organizzazione. Ma non funziona così. Anche se una major ti segue passo per passo, lo sanno fare meglio, sono semplicemente più bravi”.
Fu l’inizio del periodo più buio per la band, che avrebbe potuto portare alla sua fine. “Arrivammo al punto della toccata e fuga” dice Hogarth. “Dovevamo fare un album all’anno per sopravvivere”.
Il loro manager, John Arnison, trovò lavoro presso la Hit & Run di Tony Smith [il manager dei Genesis - ndt].
“John ce la vendette come la nostra chance per sfondare in America” dice Kelly. “Tony Smith arrivò con il suo macchinone e le sue esatte parole furono: ‘Posso trovarvi un grosso contratto in America con la stessa facilità con cui posso andare in panetteria a comprare il pane’ Bene, dicemmo, ma prima dobbiamo firmare”.
La band fu poi seguita da Rod Smallwood (che è anche il manager degli Iron Maiden) e la Sanctuary.
Kelly: “Una volta andammo con Rod alla Sanctuary e lui non riusciva a trovare il suo ufficio. Continuava ad aprire le porte di questi stanzoni e diceva: ‘No, non è questo…’.
Eravamo disperati perché il contratto con la Castle stava scadendo quando Rod ci chiamò e ci disse: ‘Buone notizie ragazzi. La Sanctuary ha appena acquistato la Castle, così potete restare con l’etichetta’.”
Quello che ha realmente cambiato tutto per i Marillion è stato l’annuncio che non avrebbero potuto affrontare le spese di un tour in Nord America. Attraverso una colletta via internet i loro fan raccolsero le 30.000 sterline necessarie per finanziare il tour.
Kelly: “La somma più alta offerta proveniva da un ragazzo inglese. Erano circa 800 sterline. Gli telefonammo e gli chiedemmo: ‘Perché lo hai fatto? Hai intenzione di assistere agli show?’ Lui ci rispose: ‘No. Semplicemente ci credo’.
Facemmo il tour. Suonammo più concerti possibile e credo che fu allora che realizzammo che potevamo svincolarci dal circolo vizioso del business”.
Rothery: “Volevamo fare un tour nelle università. Quello che era allora il nostro manager ci disse: ‘Mi dispiace, ma non si può fare’. Così lo organizzai da solo. Fu molto semplice. Pensavamo che fosse un cosa molto complessa. Suonavamo una Civic Hall da qualche parte e versavamo il sette percento del compenso all’agente. Così ritenevamo che fosse una cosa difficile. Bene, io lo feci in dieci minuti. Telefonai alle università, scoprii con chi dovevo parlare e fissai le date dei concerti”.
I maggiori vantaggi acquisiti dalla band sono stati il Racket Club, che ha concesso al gruppo il tempo necessario per scrivere e registrare, e internet, che li ha connessi con la base dei fan senza bisogno di intermediari. Il gruppo scoprì che una volta gli Stranglers avevano organizzato un weekend per i loro seguaci in un campo vacanze, e così i Marillion fecero altrettanto.
Kelly: “Eravamo un po’ nervosi la prima volta, ma fu fantastico. Furono delle giornate bellissime. Penso che solo Pete dormì sul posto. Abbiamo iniziato a Butlin’s e ora siamo arrivati a farlo in un posto molto più grande”.
I weekend, giunti quest’anno alla quarta edizione, sono diventati a cadenza biennale. L’ultimo si è volto in Olanda e tutti i 3.000 biglietti sono stati venduti.
Kelly: “Abbiamo incominciato a pubblicare i nostri CD per il fan club quando eravamo ancora con la EMI. Pubblicammo Making of Brave che vendette molto bene. Facemmo alcuni CD live che vendevamo durante i tour. La EMI ci disse che non le importava se erano poche copie. Ci rendemmo così conto che c’era una richiesta”.
Per il loro ultimo album, il superlativo Marbles, la band ha chiesto ai fan attraverso il proprio sito di preordinare l’album. In cambio di quello che era a tutti gli effetti un anticipo per aiutarli sostenere i costi delle registrazioni, tutti quelli che hanno aderito all’iniziativa ne hanno ricevuto un’edizione esclusiva doppia con il proprio nome stampato sul booklet. Più di 12.500 persone lo hanno preordinato.
Rothery. “E’ stato in effetti come ricevere un anticipo di un quarto di milione di sterline. Se sei con una major e ti danno un anticipo di quell’entità, ne ricevi una metà prima di iniziare le registrazioni ed il resto quando il disco è stato registrato e consegnato. Noi quella somma l’abbiamo invece ricevuta all’inizio in un’unica volta”.
Marbles è stato un grandissimo successo, sia di critica che di vendite, e la band è ritornata nella top 30 con l’hit You’re Gone. È stata una cosa notevole. Nella migliore tradizione operaia i Marillion hanno messo a profitto il metodo e hanno preso nelle mani il proprio destino.
Ora è in uscita un nuovo scintillante album, il loro 14mo intitolato Somewhere Else, con un fortissimo senso della direzione e forza. È un disco abbastanza forte da mettere in risalto la loro freschezza ed attualità.
“Principalmente parla di due cose” dice Steve Hogarth. “Una è il mio matrimonio che è finito dopo 25 anni e due figli. Volevo scrivere di questo e di quanto sta succedendo nel mondo. Se uno ha la possibilità di parlare ritengo abbia il dovere di farlo”.
Kelly: “Come sai ci abbiamo messo due anni e mezzo per registrarlo, ma abbiamo già un mucchio di canzoni pronte per il prossimo. Ogni volta abbiamo solo una vaga idea di dove vogliamo arrivare. Ci mettiamo un po’ ma alla fine ci arriviamo, non è vero?” |
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