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| Porcupine Tree: Sovraccarico informativo |
“Scusa un attimo, di quale album dobbiamo parlare?”. Eh sì, con Steve Wilson le cose bisogna metterle in chiaro sin da subito altrimenti il rischio di confondersi è grande. Basti pensare che in occasione del concerto milanese dei Blackfield, il chitarrista di Hemel Hempstead ha fatto degli incontri con la stampa come Porcupine Tree, per poi “cambiarsi d’abito” e partecipare ad una conferenza stampa come Blackfield, il tutto con due organizzazioni e case discografiche diverse. Roba da disturbo della personalità. Ma non per lui, aplomb inglese e sguardo da ragazzino nonostante i 40 anni siano ormai incombenti. Come fa?
“Non è difficile” spiega. “In realtà ogni collaborazione è con persone diverse che hanno varie influenze e culture. E poi così facendo posso meglio focalizzarmi su ciò che realmente serve in un particolare progetto. Il nuovo album dei Porcupine Tree non sarebbe stato così se non avessi sfogato la mia parte più melodica con i Blackfield”. Già, c’è un nuovo album della band che a metà degli anni 90 ha fatto gridare al miracolo i fan del prog più onirico e psichedelico, convinti di aver trovato gli eredi dei Pink Floyd. Per il sollievo di questi, Fear of a Blank Planet fa un passo indietro rispetto al precedente Deadwing, abbandonando in parte la deriva hard rock che aveva fatto storcere il naso a molti.
“Qualcuno sostiene lo stesso che sia la cosa più heavy che abbiamo fatto” dice con pizzico di stizza “in realtà è molto bilanciato tra chitarre e tastiere. Credo piuttosto che come lavoro sia molto intenso. Non ci sono pezzi brevi, nulla particolarmente orecchiabile o adatto a passaggi radiofonici e penso che necessiti più di un ascolto per essere capito e apprezzato”. Un rischio al giorno d’oggi, dove i ritmi sono sempre frenetici e i ragazzi sono abituati alla musica usa e getta. “Quando ero giovane” spiega Wilson “cercare musica era difficile: dovevi andare nel negozio, trovare quello che cercavi e pagarlo. Ora con il web scarichi ciò che vuoi in pochi minuti e, spesso, altrettanto velocemente ascolti, magari solo pochi secondi di ogni traccia, dimentichi e passi ad altro. Questo è solo un esempio di tutto un panorama che mi fa temere che la nuova generazione sia vuota, senza passioni, incapace di leggere un libro o persino di sostenere una conversazione”.
Il titolo dell’album è un riferimento voluto a Fear Of A Blank Planet (1990), storico album dei Public Enemy al centro del quale c’era il problema della società multirazziale. In questo caso sotto accusa è il bombardamento di informazioni a cui sono sottoposti ogni giorno soprattutto gli adolescenti. “Violenza, pornografia, notizie, iPod, Playstation, Internet, American Idol, Grande Fratello… potrei andare avanti per ore” dice. “Tutto è a portata di mano, senza filtri e barriere. Il vero dramma di ciò e che le cose sono troppo facili non le si apprezza e non le si approfondisce”.
Questa improvvisa presa di coscienza dei pericoli della Rete stupisce un po’ perché solo due anni fa Wilson non aveva problemi ad ammettere che senza di essa i Porcupine Tree forse non sarebbero mai esistiti. “Sì, Internet può essere un mezzo di comunicazione meraviglioso” ammette “e per alcuni gruppi come noi è fondamentale, perché altrimenti saremmo totalmente oscurati, visto che trovare spazio nella radio è praticamente impossibile. Il problema riguarda le nuove generazioni: io, che mi ricordo quando il Web non c’era, posso ragionare e fare dei distinguo, per i ragazzi di oggi invece la musica è l’mp3. Ma gli mp3 hanno un suono di merda. Bisogna fare qualcosa per trasmettere conoscenza”.
Se le nuove tecnologie sono state decisive per la nascita e la promozione dei Porcupine Tree, a maggior ragione lo sono state per un progetto come i Blackfield, dove i chilometri che dividevano i due protagonisti erano migliaia. Come detto dallo stesso Wilson, i Blackfield sono l’altra faccia della medaglia. Qui le canzoni sono meno politiche e più intimiste, con melodie spesso immediate e coinvolgenti (“Siamo concentrati sull’arte della classica canzone pop da tre minuti, come Beatles, Beach Boys, E.L.O.” dicono all’unisono Wilson e Aviv Geffen), il minimo comune denominatore è la caducità e l’infelicità nei sentimenti. “Spesso la gente si stupisce perché nella vita non siamo malinconici come le canzoni che cantiamo” dice Wilson. “Scriviamo queste cose non per atteggiamento o per calcolo, semplicemente è quello che viviamo e lo esorcizziamo veicolandolo nelle canzoni”.
Se il primo album sembrava un esperimento nato un po’ dal caso (“Mi ero innamorato di una ragazza israeliana e avevo bisogno di una scusa per andare a Tel Aviv” confessa Wilson), Blackfield II è il primo vero e proprio lavoro come band. Un progetto che continua tanto che Geffen ha messo da parte la sua carriera solista: “Sto già scrivendo i brani per il prossimo cd” rivela “ormai per me i Blackfield sono il 100% della carriera”. Se non altro questo darà modo a Wilson di avere più tempo per qualche nuovo progetto. |
Massimo Longoni (da Jam#136 – aprile 2007) |
commento inserito il 13-04-2007 alle 04:55:29  |
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