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| :: i vostri articoli: concerti :: |
| Blackfield, Milano, Alcatraz, 25 febbraio 2007 |
| Una domenica milanese decisamente anomala, sferzata da una leggera pioggia e con il blocco del traffico che rende la città silenziosa. Paradossalmente la cornice perfetta per un gruppo come i Blackfield, più incline alla malinconia che non alla solarità. Peccato che le condizioni non aiutino a portare all’Alcatraz un surplus di pubblico rispetto allo zoccolo duro affezionato a Steve Wilson e soci. Nonostante tutto alla fine ci saranno un 200 spettatori che per una band di nicchia come quella del duo Wilson-Geffen è un raccolto più che soddisfacente. Come soddisfatti sono quelli che hanno voluto essere presenti. Con il secondo album a rimpolpare il repertorio e una band cresciuta nel corso dei mesi passati on the road, i Blackfield hanno offerto uno spettacolo trascinante e a tratti fascinoso. Una sezione ritmica robusta e un tastierista fanno da spalla al duo. Certo, qualche fan del Wilson più sperimentale può storcere la bocca di fronte a composizioni a volte elementari nella loro costruzione, dove il richiamo è più ai Beatles che non ai Pink Floyd, ma, steccati di genere a parte, alcuni pezzi rasentano la perfezione formale. Eseguite dal vivo, guadagnano in calore ed energia risultando anche migliori delle versioni in studio. E anche le non eccelse doti vocali di Aviv Geffen si stemperano grazie alle perfette armonizzazioni nei cori con Wilson. La scaletta è praticamente una summa della ridotta discografia del duo: imperniata sul nuovo album, eseguito per intero, e completata dai gioielli dell’esordio, ovvero la title track, Open Mind (con riff metallico che trascina il pubblico in un headbanging) e Cloudy Now (chiusura da brividi). Ma c’è spazio anche per Pain, Hole In Me e per la cover Thank U di Alanis Morissette. Bella serata e chi se l’è persa non resta che aspettare il dvd registrato nella data americana del 16 marzo. |
Massimo Longoni (da Jam#136 – aprile 2007) |
commento inserito il 13-04-2007 alle 04:54:34  |
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| The Musical Box: Roma, Tendastrisce, 17 febbraio 2007 |
| Doveva essere il tour di addio dei canadesi Musical Box (forse perché stanno per tornare i Genesis veri con Phil Collins). E invece, evidentemente influenzati da una certa aura di magia (non è forse un incantesimo quello che porta una cover band a vendere quasi 2.500 biglietti a prezzi tutt’altro che popolari?), i cinque hanno tirato fuori dal cilindro l’ennesimo coniglio bianco, annunciando altre due date romane per il mese di novembre, seppure con contenuti diversi (il palcoscenico bordato di nero e non di bianco la prima sera, il Foxtrot Tour la seconda). Il fatto è che i Musical Box non sono una cover band. Definirli così è un’offesa all’incredibile accuratezza con cui l’ensemble rifà i Genesis, al punto da ricreare con maestria non soltanto le partiture ed il palcoscenico (con tanto di diapositive), ma anche le maschere usate da Peter Gabriel. E nel rifacimento di questo tour, quello di Selling England By The Pound, se ne vedono in abbondanza: il pipistrello di Watcher of the Sky, il vecchio di Musical Box, il cavaliere di Dancing with the Moonlit Knight, il teppista di The Battle of the Epping Forest, il fiore e la figura geometrica di Supper’s Ready… Un pubblico addirittura commosso tributa ovazioni quasi esagerate a un gruppo che non ha soltanto il pregio di far capire cosa erano quei Genesis a chi non li ha mai visti e a far versare qualche lacrima ai rari testimoni dell’epoca, ma permette un’ulteriore valutazione critica. Assistere ad un concerto dei Musical Box oggi consente infatti di capire molto di più rispetto ai video d’epoca, nei quali risaltava per ovvi motivi soltanto la figura di Gabriel. Era impressionante, ad esempio, il lavoro oscuro ma fondamentale di Mike Rutherford al basso, alle chitarre acustiche e ai bass pedals, così come è davvero sorprendente l’energia con cui pestava sui tamburi Collins. La riproduzione del suo siparietto solistico (More Fool Me) è il momento in cui la gente resta più a bocca aperta per l’inquietante somiglianza del batterista clone Martin Levac persino nella voce. |
Mario Giammetti (da Jam#136 – aprile 2007) |
commento inserito il 13-04-2007 alle 04:53:02  |
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